

197. Il mercato internazionale del lavoro.

Da: P.-N. Giraud, Delocalizzazione, occupazione e disuguaglianza,
in Stato del mondo 1996, Il Saggiatore, Milano, 1996.

Uno degli aspetti che caratterizzano il sistema economico mondiale
alla fine del ventesimo secolo  l'aumento degli scambi fra paesi
ricchi e paesi con bassi salari e in via di industrializzazione;
ci  collegato alla cosiddetta delocalizzazione, ossia al
trasferimento di attivit produttive dai primi ai secondi da parte
di un numero crescente di aziende. Nel seguente passo lo studioso
francese Pierre-Nol Giraud analizza gli effetti di tale fenomeno,
soffermandosi in particolare sulla perdita di posti di lavoro che
inevitabilmente si verifica nei paesi ricchi.
Occorre distinguere, nell'economia mondiale, due logiche diverse:
quella delle aziende e quella degli stati. I capitali, i beni e i
servizi circolano sempre pi liberamente e a costi decrescenti ed
 perfettamente logico, per le aziende, trasferire (o
delocalizzare) le loro attivit produttive nei territori dove
risulta pi conveniente svolgerle. Chi lo fa, si procura un
vantaggio competitivo e gli altri sono obbligati a seguirlo, se
non vogliono scomparire. Le cosiddette delocalizzazioni non sono
che una manifestazione del libero scambio con i paesi dove i
salari sono ancora bassi. Il fenomeno  quindi riconducibile alla
concorrenza fra paesi industrializzati e paesi con manodopera a
buon mercato. Ma questo riguarda anche gli stati: in effetti, la
logica degli stati, nel settore economico,  quella di creare le
condizioni della prosperit materiale nel territorio ove si
esercita la loro sovranit. Devono quindi valutare se, e a quali
condizioni, il libero scambio contribuisce a quella prosperit,
per agire di conseguenza.
La convenienza economica del libero scambio fra paesi fra loro
simili per grado di sviluppo economico  contestata solo in via
eccezionale, mentre sono numerose le discussioni sulle
conseguenze, specialmente per l'occupazione e la disuguaglianza,
dei crescenti scambi fra paesi ricchi e paesi con bassi salari e
in via di rapida industrializzazione. [...].
Numerosi studi hanno cercato di quantificare il fenomeno e di
misurare le perdite di posti di lavoro nei paesi ricchi dovute
allo scambio con i paesi con bassi salari; tutti hanno indicato
effetti limitati, nel breve periodo. Ma la quantificazione 
oltremodo difficile, se la si vuole estendere oltre gli effetti
diretti. Per esempio, come si possono valutare gli effetti
indiretti di un'organizzazione produttiva che fa s che un
computer portatile IBM sia contabilizzato come un prodotto
statunitense mentre pi del 30% del valore aggiunto  realizzato a
Singapore e in Corea del Sud? Questi studi, inoltre, non possono
riguardare che il passato e non riescono a tener conto in pieno
dell'effetto dei nuovi paesi emergenti, ben pi popolati delle
prime tigri asiatiche.
Gli anni Ottanta, con la loro deregolamentazione finanziaria,
hanno assistito alla costituzione di un autentico mercato mondiale
dei capitali. Mai, in passato, il risparmio accumulato in un
territorio ha potuto con tanta facilit essere investito altrove.
Questi movimenti di capitale hanno gi avuto luogo fra paesi
ricchi, ma ora si stanno estendendo sempre pi al resto del mondo,
in particolare ai mercati emergenti dell'Asia e dell'America
latina.
La struttura dei costi di trasporto delle merci (in particolare
dei beni durevoli, come gli autoveicoli) rende oggi l'Estremo
Oriente altrettanto vicino a Rotterdam di quanto lo siano le
regioni periferiche dell'Europa. Il costo del trasporto
intercontinentale dei dati in forma digitale continuer inoltre a
calare, perch in questo settore la deregolamentazione e la
concorrenza sono ancora recenti, a livello mondiale.
Il costo totale del lavoro (compresi gli oneri previdenziali e
assistenziali) nei settori industriali dei vari paesi in via di
sviluppo che producono ed esportano quantit crescenti di prodotti
manifatturati, ma anche di servizi, pu variare dal 2-3% (Vietnam,
Madagascar) al 40% di quello dei paesi ricchi dell'Europa. La Cina
si situa fra il 3% e il 16%, a seconda delle stime. L'lndia 
intorno al 5%. Con lo sfaldamento del blocco sovietico esistono
ormai alle porte dell'Unione europea abbondanti riserve di forza
lavoro qualificata, con costi che vanno dal 5% (Romania) al 20%
(Polonia, Ungheria) di quelli della Germania. Invece i primi NIC
[New Industrial Countries, nuovi paesi industriali] (Corea del
Sud, Taiwan, Hong Kong e Singapore) hanno ormai raggiunto i costi
del Portogallo o della Grecia.
Sono ormai centinaia di milioni le persone nei paesi con bassi
salari e con buone capacit tecnologiche che si stanno lanciando
sulla strada dell'industrializzazione. In effetti sono molti i
paesi che hanno avviato il loro decollo economico, in Asia e nel
resto del Terzo mondo. Sono centinaia di milioni i lavoratori
impegnati nel processo di industrializzazione rapida: in Cina, in
India, nell'intera Europa orientale e in Russia, nell'America
latina. Grazie a esso, che  in corso dagli anni Settanta, le
prospettive economiche mondiali non sono certamente mai state cos
buone.
Devono, per, ancora in gran parte manifestarsi gli effetti che
avranno sui paesi ricchi questo sviluppo e il conseguente
incremento degli scambi commerciali. Non si pu trarre nessuna
conclusione definitiva, in base solamente a ci che  accaduto con
i primi NIC che hanno messo in gioco poche decine di milioni di
lavoratori. Per meglio valutarli, consideriamo dapprima alcuni
meccanismi economici fondamentali. Poi formuleremo una congettura
sulle prospettive.
La popolazione attiva dei paesi industrializzati si pu
suddividere in tre categorie: i competitivi, gli esposti, i
protetti.
1) I competitivi hanno il know how [l'insieme delle conoscenze
tecniche] che consente ai paesi industrializzati di produrre beni
e servizi che i paesi emergenti (con i loro bassi salari e le loro
buone ma non eccelse capacit tecnologiche) non riescono a
imitare.
2) Gli esposti sono in diretta concorrenza con i lavoratori
dipendenti dei paesi emergenti (dall'operaio al programmatore),
poich le differenze di salario sono ormai pi forti degli scarti
di produttivit del lavoro.
3) I protetti producono beni e servizi che per loro natura non
possono essere trasportati.
Questa suddivisione non  tanto fondata sulla natura delle
attivit svolte, quanto sulla loro situazione concorrenziale
rispetto ai paesi emergenti: situazione peraltro in via di
evoluzione. Per esempio l'immigrato clandestino che taglia asole
per tutto il giorno in un atelier del quartiere Sentier, a Parigi,
 un lavoratore non qualificato, ma  anche un competitivo perch
quell'atelier  in grado di servire in 24 ore la moda parigina,
cosa che  (per il momento) al di l delle possibilit degli
atelier tunisini. Viceversa l'esperto informatico, anche se di
alto livello,  gi esposto alla concorrenza del suo collega
indiano e ancor pi lo sar in futuro. La suddivisione qui
proposta non corrisponde dunque alla suddivisione semplicistica
fra lavoro qualificato e lavoro non qualificato, applicata nella
maggior parte degli studi sull'argomento.
Esaminiamo ora quali sono gli effetti di uno scambio commerciale
fra un paese ricco e un paese emergente: fra Stati Uniti e
Messico, per esempio. L'acquisto al prezzo di 20 dollari di una
camicia importata dal Messico, invece di una prodotta negli Stati
Uniti e posta in vendita a 50 dollari, fa risparmiare 30 dollari
al consumatore statunitense. Supponiamo che egli li utilizzi per
acquistare prodotti statunitensi, per esempio andando al
ristorante oppure acquistando libri. Con i suoi 50 dollari il
nostro consumatore ottiene dunque una camicia e altri beni e
servizi del valore di 30 dollari. Quanto ai 20 dollari spesi in
Messico per la camicia, questi entrano nel circuito dell'economia
mondiale e gli Stati Uniti, se mantengono la loro posizione fra i
paesi industrializzati, li vedranno trasformarsi in una domanda di
prodotti statunitensi competitivi, per esempio 20 dollari di
Boeing.
Il bilancio sembra vantaggioso sotto tutti i punti di vista. Il
territorio USA produrrebbe 20 dollari di Boeing e 30 dollari di
prodotti diversi, invece di 50 dollari di camicie. La bilancia
commerciale resterebbe in equilibrio e i consumatori avrebbero un
livello di vita pi alto. Non si insister mai abbastanza su
questo aspetto fondamentale del libero scambio.
Ma quale sarebbe il bilancio in termini di posti di lavoro?.
Passiamo dai dollari ai milioni di dollari: i 20 milioni di
dollari di camicie importate sostituirebbero 50 milioni di dollari
di camicie prodotte localmente e cancellerebbero circa 1250 posti
di lavoro. 130 milioni di dollari di produzione supplementare di
beni e servizi locali creerebbero circa 420 posti di lavoro e
l'esportazione di 20 milioni di dollari di Boeing ne creerebbe
altri 300. Verrebbero quindi cancellati, nel complesso, 530 posti
di lavoro negli Stati Uniti: il saldo negativo si spiega perch il
paese ricco, quando commercia con un paese con bassi salari,
esporta i beni per i quali il valore aggiunto per posto di lavoro
 superiore alla media e importa beni che sostituiscono quelli per
i quali esso  inferiore alla media. Proprio questa, conviene
sottolinearlo,  la ragione del commercio fra paesi con alti
salari e paesi con bassi salari.
Fine del ragionamento? Di solito ci si preoccupa, nei paesi
ricchi, degli effetti sull'occupazione locale della
delocalizzazione e pi in generale della concorrenza con i paesi
con bassi salari e buone capacit tecnologiche, ma ci si ferma
alla constatazione di questa perdita iniziale di posti di lavoro.
La constatazione  certamente valida, ma non esaurisce l'analisi.
Dobbiamo infatti domandarci, a questo punto: che cosa impedisce di
trasformare in competitivi i 530 esposti che hanno perso il loro
lavoro di operai tessili? Immaginiamoli per un momento a fondare
una nuova impresa con un nuovo prodotto che i consumatori
statunitensi siano estremamente desiderosi di acquistare in
sostituzione di un prodotto di importazione, o anche semplicemente
in aggiunta, perch aumenta il loro potere di acquisto. In tal
caso la legge di Say [Jean-Baptiste Say, economista francese
vissuto dal 1767 al 1832] (l'offerta crea la domanda) entrerebbe
in gioco nel contesto del mercato interno e il problema verrebbe
risolto dall'alto: gli statunitensi avrebbero non solo i vantaggi
del libero scambio, ma anche quelli di una crescita interna
ulteriore!.
Se invece quei 530 esposti non riescono a trasformarsi in
competitivi, per non restare disoccupati andranno assorbiti dalla
categoria dei protetti. Ma bisogner che aumenti la domanda dei
prodotti protetti, quindi dovr diminuire il loro prezzo e per
conseguenza il costo del lavoro protetto e con esso il reddito dei
lavoratori protetti.
In conclusione: All'aumento degli scambi commerciali, anche in
equilibrio, fra paesi ricchi e paesi emergenti (caratterizzati da
bassi salari e da buona capacit tecnologica) consegue
inevitabilmente la perdita di posti di lavoro esposti. Se il ritmo
di creazione di posti di lavoro competitivi nei paesi ricchi non 
abbastanza rapido, allora in questi paesi l'aumento della
disoccupazione potr essere evitato solo con l'aumento della
disuguaglianza nel reddito.
Questo teorema differisce dal teorema neoclassico di Hekscher-
Ohlin-Samuelson [Eli Hekscher e Bertil Ohlin, economisti svedesi;
Paul Samuelson, statunitense]. Per questi economisti infatti, in
una situazione di equilibrio statico, lo scambio rende inevitabile
la convergenza del costo dei fattori, quindi l'aumento del divario
fra il fattore abbondante nei paesi ricchi (il lavoro qualificato)
e il fattore abbondante nei paesi poveri (il lavoro non
qualificato). Ma nella situazione di equilibrio dinamico questo
ragionamento non vale pi, perch tutto dipende da quanto
velocemente si creano posti di lavoro competitivi, rispetto al
ritmo di distruzione dei posti di lavoro esposti. Inoltre questi
ultimi, come abbiamo visto, non riflettono pi la tradizionale
distinzione fra lavoro qualificato e lavoro non qualificato.
Anche se i paesi ricchi tendessero tutti i loro sforzi verso la
creazione di posti di lavoro competitivi, di fronte alla Cina,
all'India. all'America latina e all'Europa orientale, ormai tutte
lanciate verso la crescita economica di libero scambio, molto
probabilmente non riuscirebbero a crearne abbastanza da evitare
l'accrescimento della disuguaglianza.
Ma in questo campo non si tratta pi di fornire dimostrazioni in
senso stretto, quanto piuttosto di valutare direzione e velocit
delle tendenze future. Non si pu quindi neppure tacciare di
eccessivo ottimismo coloro che ritengono i paesi ricchi in grado
di procedere con sufficiente rapidit nella trasformazione della
loro struttura economica.
In altre parole, quando i paesi ricchi (che contano 700 milioni di
abitanti) sono stati messi a contatto con le poche decine di
milioni di abitanti dei primi NIC,  stato il loro sistema
economico a caratterizzare l'economia di quei paesi, trascinandoli
a s quasi senza accorgersene. Ma ora i paesi ricchi stanno
entrando in contatto commerciale con 3-4 miliardi di persone.
Davvero possono pensare che queste sterminate masse umane non
trasmetteranno all'esterno, almeno in parte, le loro
caratteristiche e fra queste anche un divario di reddito fra
categorie di lavoratori ben pi marcato di quello oggi esistente
nel nord del mondo? Si ridurr la disuguaglianza esterna fra
territori, ma certamente a prezzo dell'accrescimento della
disuguaglianza interna. .
